Una tecnica estrosa e raffinata; un modo originale di saldare l’antico con il moderno; una declinazione surreale dei sentimenti. Ecco le doti che risaltano di più nell’ammirare le pitture di Mario Tessari. Si rimane colpiti soprattutto da certe soluzioni estremamente libere, in cui il tema (in genere la donna) è volto ad una allusività misteriosa, piena di echi allegorici. Impronte, larve, segni lontani del tempo: una materia che si spiritualizza, che assume connotati sempre più fantastici. Tessari ha un lungo tirocinio anzitutto sul piano della manualità pittorica. Ha frequentato l’Istituto d’Arte e l’Accademia, ha fatto il restauratore e il copista, ha studiato a lungo i maestri antichi, si è impossessato di molti segreti tecnici, dall’encausto all’affresco. Insomma, ha saputo riandare alle radici del mestiere pittorico. Soprattutto in una serie di pitture (in gran parte su carta) del 1984 egli ha impostato un modo tutto suo di resa dell’immagine. Difficile dar conto delle matrici stilistiche. Esse comunque si possono riassumere in due direzioni: da una parte il momento storico del Manierismo di fine Cinquecento, dall’altra il versante surrealistico degli anni Venti e Trenta. Ecco quindi che le più estrose e funamboliche creazioni di certi manieristi soprattutto nordici (dall’Arcimboldo fino a Bosch) si saldano con la gamma visionaria delle invenzioni di Max Ernst e di Dalì, fino ai loro seguaci americani degli anni Quaranta (come De Kooning e Gorky). La tecnica del frottage di Ernst, come pure l’illusionismo delle “carte” di Cagli, sono lieviti lontani di un estro onirico, quasi alchemico, in cui la materia pittorica viene sublimata.

Le figure di Tessari, specie quelle più nascoste, più ombrose e inquietanti, sono risolte attraverso impronte magmatiche, guizzi, macchie, pieghe oscure, filamenti nervosi, tocchi fugaci, grovigli, trasparenze, fulminei arabeschi. Il colore diventa liquido, sfuggente, denso di bagliori luministici e tutta l’immagine riporta una sensazione di foresta pietrificata, attraverso cui si scorge l’aspetto più simbolicamente fantastico della natura. Così, sorrisi e meditazioni, sguardi di Medusa e smorfie patetiche si confondono entro una materia che si scioglie ai nostri occhi, rifiutando qualsiasi immanenza fisica per farsi sottile palpito esistenziale.

La nostra sensibilità, così nevrotica,così introspettivamente inquieta, si unisce al sogno impossibile di una nostalgia di bellezza che si nasconde dietro i rami della storia.